GUITARRA NEGRA
di Alfredo Zitarrosa
Coreografia di Sabrina Camera
Regia di Danilo Fernandez
Assistente alla coreografia Alice Rella
Video di Mauro Valle
Attori e Danzatori: Jessica Andrenacci, Matteo Carvone, Flora Orio, Antonio Fesce, Lorenzo Morrone, Francesca Pellanda, Cristina Priorini, Alice Rella
Le eterne ragioni dell’irrazionalità lo avevano costretto all’esilio in Spagna e successivamente in Messico.
In questo periodo nasce Guitarra Negra. Un’appassionata professione di fede alla propria ed altrui libertà attraverso la cassa di risonanza, intima e profonda, della sua chitarra. E alla memoria, individuale e collettiva, attraverso la quale rivive, in un mondo lontano, a lui estraneo, paradossalmente sicuro, il conclamarsi della paura, anch’essa individuale, ma di vocazione collettiva, nel proprio e ormai distante paese.
Dalla paura nasce la violenza. Da essa, altra paura che produrrà ancora violenza.
In questo cerchio vizioso dal quale l’umanità pare incapace di liberarsene, si racchiude una storia, che è anche la nostra.
Era successo allora, nel lontano Uruguay. Un colpo di stato aveva rovesciato un governo democratico e una giunta militare si abrogava diritti di vita e di morte sull’intera popolazione. Zitarrosa era (è) un musicista. Un artista in quello che allora si definiva “canto popolare”. La sua musica fu dichiarata sovversiva. Faceva paura a chi aveva bisogno di silenzio, e per non essere ucciso dovette fuggire. Questa è una storia che divenne comune a una grandissima parte della popolazione, e che fa parte ormai della storia universale dell’infamia.
I militari, armati fino ai denti, avevano paura. Una voce, un libro, un nome, una scritta sui muri, un brano musicale a loro incomprensibile, faceva paura. Avevano paura dei capelli lunghi o della camicia troppo colorata di uno studente, di un movimento inconsueto e liberatorio, di qualsiasi cosa rappresentassi una novità in un mondo che loro preferivano grigio, silente e soprattutto inamovibile.
Ma la storia della paura arriva, forte più che mai, fino ai nostri giorni.
Mutevole, strisciante, è diventata la nostra più stretta convivente.
Si camuffa di quotidianità, e finisce per diventare un componente quasi irrinunciabile nella vita di ciascuno di noi.
Ci spostiamo con circospezione, con paura. Con paura mangiamo, con paura ci rapportiamo (o evitiamo di rapportarci) agli altri, specialmente a chi ci appare in un modo o nell’altro, diverso; con paura camminiamo per strada, ci rinchiudiamo in casa con paura, facciamo l’amore con paura.
Di questo vogliamo parlare, mettendo in scena Guitarra Negra. Della violenza che nasce, figlia di quella e di queste nostre quotidiane paure, che continuano a partorire mostri, come il sonno della ragione di cui cercava (senza successo?) di metterci in guardia Goya.
Il rapporto malato e innaturale dell’uomo con sé stesso e con le proprie contraddizioni, lo stupro dell’ambiente che rende possibile la nostra vita, l’ossessiva rincorsa all’auto-annichilimento perpetrata ogni qualvolta decidiamo di attentare contro una qualsiasi delle forme di vita che sono parte della nostra e della quale facciamo fatalmente parte.
Zitarrosa è morto pochi anni fa. Era tornato in Uruguay e aveva intenzioni di scrivere un seguito a Guitarra Negra, che avrebbe intitolato Guitarra Blanca.
L’altra faccia della moneta.
Forse quel punto e da capo che solo la speranza può stampare, chiosa finale a una storia che sarebbe bene non dimenticare.
“No llores, canta”. Queste parole, che riempirono i muri di Montevideo alla notizia della morte di Alfredo Zitarrosa, continuano ad aleggiare, a resistere, si fanno aria, preghiera, filastrocca o ninnananna, in quella parte del mondo che si oppone allo esproprio della speranza e che coccola il sogno come unica forma possibile della sopravivenza. “Non piangere, canta”.
Dalla parola nasce il canto, dal dolore, nasce. Dalla contiguità di quella quotidiana certezza dell’imprevisto, dall’amore e dal suo contrario, che non è l’odio ma la mancanza d’amore, (così come non è la morte il contrario della vita ma la sua assenza) dalla nostra paura e dei nostri eroismi; e in un mondo che ha fame di vita il canto si fa carne e diventa danza, e la danza è anch’essa parola. Parola ancestrale, più antica ancora di quel verbo che dicono all’origine del tutto, perché il corpo che canta, che gioisce, che soffre, che muore e che rinasce in un ciclo senza fine, parla un linguaggio che abbatte ogni muro e cancella tutti i confini.
Guitarra negra è la lunga e appassionata confessione di un uomo alla sua chitarra, nella solitudine dell’esilio, quella forma di devastazione personale creata dagli uomini per punire altri uomini, e che i greci, che al dolore erano avvezzi, diedero il nome di ostracismo.
Ed escono, da questa racconto, vividi e ancora palpitanti, alluvionali e dolenti, i ricordi di un mondo che c’era nella carne e nelle ossa di tutti quelli che contribuirono a crearlo, e che non sopravvive che nei sogni o nei rimpianti di chi continua, caparbiamente, a partecipare alla sua distruzione.
Lo spettacolo
Come fare per prenderti fino all’anima, chitarra?
Come partorita dalle viscere della memoria, una donna senza faccia s’impadronisce dello spazio. Aerea, sfuggente, la donna rincorre i labili filamenti di luce che trafiggono la notte.
E la parola sgorga, inseguendo i suoi passi.
E insorgono i corpi che danno vita alla storia, che la storia percorrono e modellano;
il dialogo tra luce, gesto e movimento. Tra l’illusione coreografica e la concretezza di altri corpi, anch’essi immateriali ma concreti, reali, scolpiti da sempre nella nostra memoria o moderni archetipi che contrappuntano l’azione dallo schermo innalzato al di sopra del palcoscenico.
Il mondo come era e l’insidia del presente, l’inquietudine onirica dell’esistere, come in un quadro di Fussli. L’irruzione della violenza, che diventa normalità. E la rivisitazione di una storia che è anche nostra, il nostro passato e il nostro futuro, la nostra incapacità di convivere con le altre forme della creazione, e la singolare vocazione all’annichilimento.
E infine la illusione, da qualche parte della memoria, la fiducia o la speranza in una conclusione già scontata ma passibile di essere vissuta in un modo ancora da scoprire; il canto che continuerà a girovagare, senza meta, fino a morire un giorno, forse, di solitudine e di rabbia, di tenerezza, o di qualche violenta forma dell’amore… di amore, senz’altro.
Che strana macchina è l’uomo
Lo riempi di pane, vino, pesce e ravanelli
E ne escono sospiri, risate e sogni
Nikos Kazansakis